Clinica Mobile
Intervista al Dottor Claudio Costa
Ci racconta come è nata la Clinica Mobile?
La Clinica Mobile nasce da un atto d’amore e di riconoscenza. Quando ero piccolo invece dei giocattoli mio padre mi regalò un autodromo, le moto e i piloti che lui invitava per le sue corse meravigliose e li invitava anche a casa e io li guardavo a bocca aperta pieno di emozione, l’emozione di essere vicino a qualcuno che già a quei tempi consideravo un eroe. La Clinica Mobile è diventato un piccolo ospedale per soccorrere i piloti e poterli aiutare. Oltretutto a quei tempi quando nacque, fu inaugurata il 3 febbraio del 1977, la medicina e il soccorso nei campi di gara erano molto limitati e modesti. In quegli anni la clinica mobile ha salvato la vita a tantissimi piloti.
Cura anche le cosiddette persone comuni?
Direi che buona parte della mia attività è svolta per la Clinica Mobile che è anche l’attività per cui sono conosciuto. Però mi capita anche di prendere in cura quelli che sono i piloti di tutti i giorni, che hanno avuto incidenti negli autodromi di tutti i giorni ovvero le strade e le autostrade.
Quali sono le attività della clinica? Fino a dove la clinica può prestare i propri servizi a favore dei piloti? Ovvero quali solo i limiti?
La clinica è come un piccolo pronto soccorso di un ospedale e quindi tratta tutta la traumatologia di lieve e media gravità. Per i casi più importanti interveniamo per stabilizzare le ferite e poi indirizziamo il traumatizzato nel posto più giusto dove le ferite e i traumi verranno risolti definitivamente. Diciamo che quando vediamo che l’intervento non può essere risolto nella clinica, si eseguono le prime cure necessarie e si prepara il pilota per il trasporto nel migliore dei modi verso la sede più indicata alla risoluzione del caso. Già prima della gara abbiamo tutti i contatti a noi necessari in caso di urgenza. Dobbiamo anche conoscere tutti i percorsi che dobbiamo seguire, cerchiamo di non essere mai presi di sorpresa! Anche se a volte quando c’è una sorpresa, noi umani abbiamo in dotazione una grande arma per affrontare l’imprevisto… le emozioni. Naturalmente parliamo delle emozioni ben educate e ordinate, perché quelle non ordinate e non educate possono determinare il dramma e la catastrofe.
Quali sono le patologie più frequenti che sono state trattate nella Clinica Mobile?
Le più frequenti sono le abrasioni, poi ci sono le fratture che sono sempre di lieve e media gravità. Sono le fratture dello scheletro della mano e del piede, del polso e della spalla tenendo in considerazione la clavicola. Rarissime in pista le fratture vertebrali, come pure rare sono le fratture delle ossa lunghe come medio omero, medio femore e medio gamba, però ci sono. Per esempio questa stagione ci sono state due fratture di gamba. Quest’ultime sono più frequenti nel motocross.
I danni neurologici da trauma cranico sono più o meno diffusi rispetto a quelli midollari alla colonna?
Che il pilota batta la testa è frequentissimo e quindi noi vediamo piuttosto spesso la commozione cerebrale ovvero lo scuotimento del capo senza alcun danno sostanziale della struttura cerebrale. Comunque, i piloti riprendono in maniera velocissima e senza disturbi a lungo termine, a differenza per esempio di quanto succede in uno sport come la boxe. Ai piloti che battono la testa, anche quando perdono conoscenza, si fa una TAC e una risonanza; se è tutto a posto il pilota può partecipare tranquillamente alla gara del giorno dopo. È dimostrato che i piloti sono in grado di correre come se non avessero avuto il trauma e la cosa più importante è che non si sono registrate conseguenze su piloti che hanno avuto anche quindici o venti commozioni cerebrali. Questo lo posso affermare grazie all’esperienza di più di quaranta anni di attività. Diciamo che la caduta del motociclista sebbene sia sempre rischiosa, a parità di un colpo di boxe può essere considerata benigna, mentre il colpo di boxe è maligno; in questo caso si possono determinare danni che possono diventare cronici. Ho visto piloti che hanno avuto una serie infinita di commozioni anche al di sopra della decina e alla fine non hanno avuto alcuna conseguenza a distanza anche di 20 o 30 anni. Nessun pilota è mai diventato suonato! Faccio l’esempio di Graziano Rossi che ha avuto un trauma cranico spaventoso ed è vivo grazie a un bravo anestesista che gli ha salvato la vita. Quando gli fu comunicato che qualche danno gli sarebbe rimasto, lui rispose che già prima non era proprio dentro le righe! In conclusione, nel mondo del motociclismo complicazioni neurologiche non ne ho mai viste. Per quanto riguarda le fratture della colonna del rachide cervicale dorsale e lombare sono rarissime, che io ricordi ci sono stati Raney, Prati e Catalano, piloti che poi hanno subito operazioni molto serie anche di tipo cerebrale.
Sono più vulnerabili gomiti e clavicola oppure ginocchio e caviglia?
La più vulnerabile è la clavicola; il ginocchio è praticamente inesistente, mentre nel motocross è una malattia professionale con la rottura dei legamenti, in particolare del crociato anteriore con il posteriore del menisco collaterale mediale. Nella velocità, distorsioni da motocross, quindi con lesione capsulo legamentoso del ginocchio, credo di averne viste poche; forse è sufficiente una mano a contenerle tutte e non arriviamo neanche a cinque. Vuol dire che non ce ne sono, mentre nella caviglia non esiste come distorsione classica, ma come trauma diretto. Abbiamo in questo caso il gonfiore della caviglia, la tumefazione, abbiamo la frattura del malleolo e in particolare del peroneale, e qualche volta dell’astragalo e rarissima del calcagno, senza avere la complicazione della distorsione. Le fratture dei metatarsi sono dunque le più frequenti. Molte case produttrici si stanno interessando per creare stivali che possano garantire una buona protezione dalle fratture del piede. Attraverso i grandi campioni piloti di moto si sperimentano materiali per i piloti di tutti i giorni. La sperimentazione, tra cui l’ultima novità è l’airbag, non servirà molto ai piloti del moto mondiale ma sarà certamente un valido aiuto per districarsi nella giungla metropolitana con sempre maggiore sicurezza.
Se osserviamo i piloti vediamo che questi “eroi” riescono ad affrontare gare, se non l’intero campionato pur avendo problematiche serie. La loro è solo forza di volontà o il miracolo sta nelle costanti cure?
A me piacerebbe dire che i miracoli sono nelle cure e riabilitazioni, in quanto prenderei tutti i meriti che andrebbero ad aumentare la mia vanità, ma credo che qualsiasi essere umano è costruito in modo tale da poter sopravvivere in un mondo inospitale. Cioè l’essere umano non ha la dotazione degli istinti, per cui non è forte come gli animali che riescono ad abitare e misurare perfettamente l’ambiente. L’uomo è biologicamente debole, mancante, carente quindi deve sopperire a questa mancanza con due risarcimenti molto belli. Il primo è l’anima che è il deposito di tutta la memoria, delle azioni ben riuscite, il sapere, l’esperienza e quel mondo interiore fatto dal pensiero e dalla riflessione. L’altra sono le emozioni che sono state create per rendere più forti le decisioni dell’anima e tutto sommato affrontare l’inospitalità del mondo. Solo che mentre l’anima ce la costruiamo e normalmente il sapere è sempre fonte di salvezza dalla sofferenza, le emozioni invece, se non sono ben ordinate e non sono ben educate, possono creare non solo una difesa dall’imprevisto ma una catastrofe nell’imprevisto. Ecco perché, vi dico che è molto importante che la famiglia si interessi molto della formazione delle emozioni, del sentimento. Credo che dentro il cuore di ogni essere umano ci siano delle risorse legate al cervello con le quali si può risorgere dalle ferite e dalle avversità. Punto di riferimento sono per esempio Alessandro Zanardi e Mick Doohan. Anche la medicina si dovrebbe interessare a quanto di più prezioso è dentro a ogni essere umano per potersi alleare e poter migliorare i risultati che lei gelidamente vuole solo attraverso quello che è un processo scientifico.
Esistono delle abrasioni e contusioni serie che compromettono la capacità sportiva risultando più invalidanti rispetto a una frattura?
Sì ci sono, come per esempio quando Dovizioso a Barcellona si schiantò contro le barriere, per cui non riusciva neppure a sollevarsi, eppure il giorno dopo è salito sul podio. Oppure le contusioni provocate da scivolata posteriore corretta davanti, dove i piloti vengono sbalzati in alto come se cadessero dal secondo piano. Un’ultima contusione importante che ricordo è quella di Reyne in Australia che l’ha messo in difficoltà nella superbike. Abrasioni e contusioni permettono di correre e quasi sempre ad alto livello e quasi mai queste hanno condizionato la prestazione del pilota che comunque è riuscito ad arrivare alla fine della corsa. La frattura non è altro che un segno che dice che c’è stato un trauma importante. Io ho visto piloti con fratture che a un’ora dalla gara diventavano improvvisamente idonei a correre e improvvisamente guariti e ristabiliti. Questi piloti, nel momento in cui combattono con la sofferenza sia fisica che psicologica di non poter partecipare alla gara, proprio in quel momento parlano con quelle entità che risiedono nella parte più profonda del loro cervello o nel profondo del loro cuore e cominciano a dare quella condizione di benessere al corpo che pur essendo un corpo ferito e contuso, li fa sentire in uno stato di grazia tale che li spinge a risalire sulla moto e completare la loro missione.
Abbiamo sentito parlare di due sindromi particolari legate al motociclismo: la Pump Arm Syndrome e il morbo di Decker Venn.
Per quanto riguarda la prima, la chiamo la sindrome della loggia molare dell’avambraccio ovvero dei muscoli flessori dell’avambraccio nella parte molare, quelli che sono deputati alla flessione delle dita, che sono molto più sensibili alla carenza di ossigeno e che risiedono nella loro loggia, come del resto i muscoli delle gambe. Quando il pilota, specialmente con il braccio destro, tenta di dare gas e nel medesimo momento deve frenare, fà un movimento antagonista e crea una condizione di costrizione di questi muscoli. La maggior parte dei piloti che io conosco hanno fatto tutti la fasciotomia. Chi ha un braccio esile come Valentino Rossi ha una fortuna enorme. Anche lo stesso Valentino fa il trattamento di conservazione dell’avambraccio, per esempio legati alla fisioterapia, alla mesoterapia, al laser e così via. Però ci sono dei piloti che, sbagliando, pensano di essere fortunati perché hanno un bel braccio con una bella muscolatura, ma sono quelli che pagano di più e devono fare la fasciotomia. Tenga presente che buona parte, quasi i due terzi dei piloti che seguo attualmente, ha fatto la fasciotomia dell’avambraccio, in particolare il destro. Questa sindrome è una condizione fisiologica a cui un pilota non si può sottrarre e lo paga con conseguenze quando i disturbi sono: diminuzione della sensibilità, diminuzione della forza e rallentamento della funzione. Quindi la guida non è più possibile perché la mano destra è quella che utilizza il freno e l’acceleratore. Per quanto riguarda il morbo di Decker Venn, è quasi inesistente nella moto velocità. Solo un anno mi è capitato di trovare due piloti affetti da tale morbo. A quel punto mi chiesi come mai era comparso così repentinamente e ragionandoci sopra notai che erano piloti che guidavano la stessa moto, di conseguenza il binomio era fatto! Era la Derby! Ho fatto presto a capire, io sono una persona che guarda le cose semplicemente, non sono né un genio né uno scienziato. Dato che oggi queste moto non ci sono più, anche questa patologia è scomparsa. Era comunque dovuta alle forti sollecitazioni e vibrazioni a cui erano costretti i piloti. Le cose cambiano invece nel motocross dove le moto sono assai più vicine a quello che fu la Derby, intendo naturalmente in termini di sollecitazione e vibrazione, e quindi ricompare il Decker Venn. Questo morbo è determinato da microtraumi ripetuti, assimilabili a coloro che lavorano tutti i giorni nei cantieri con i martelli pneumatici. Anche quei pochi che lo hanno avuto non sono comunque rimasti mai fermi, questa libertà è stata essa stessa una grande medicina. Io penso di essere il medico più conservativo che esista al mondo. Però ultimamente anche io devo fare i conti con la scienza. Perché la scienza promette. A me piace che un pilota pur ferito prenda dalla ferita la forza di andare più forte di prima. Oggi la scienza ci dice “se hai una ferita è inutile che tu soffra perché io te la guarisco”.
Quali possono essere le conseguenze ortopediche nello svolgere questo sport per lungo tempo a livello professionale?
È una domanda che mi sono posto quando sono nato come medico del motociclismo, e oggi mi trovo con piloti che ho curato anche 40 anni fa. Ho sempre pensato che loro avrebbero pagato nella vecchiaia la loro incoscienza, la loro follia, la loro temerarietà e il voler essere eroi a tutti i costi. E invece mi sono meravigliato del fatto che rispetto a un campione standard di società, loro se la cavano meglio. Sembra quasi che curandosi secondo quello che è il desiderio, la volontà irrazionale, la follia di voler risorgere dalle fratture andando a pescare in una materia preziosa che credo tutti abbiano ma forse nessuno conosce e sa dove si trova la mappa di questa materia preziosa, loro avendo questo accesso non solo hanno la possibilità di realizzare quelle imprese meravigliose, ma c’è anche il fatto di avere una qualità di guarigione nettamente migliore di quella che sono altre metodiche. Il merito è della natura, la natura a noi come specie quando siamo in squadra ci aiuta, quindi la ragione di questi ultimi duemila anni - che ha portato la medicina a tutelare a proteggere a bloccare la funzione - blocca l’esistenza e mortifica il corpo. Mentre un corpo che non viene mortificato e si lascia esistere pur essendo ferito e fratturato, è un corpo che la natura fa quasi miracolosamente guarire in una maniera veloce e anche con scarse conseguenza. Come si è curata per 500milioni di anni una frattura alla mano? Tirando giù i frutti dagli alberi, chiudendo le porte del fortino della casa, tenendo in braccio i figli. Sono passati 500milioni di anni ma credo che nel DNA ci sia ancora la condizione per cui una frattura qualsiasi dello scheletro, soprattutto di un bambino, abbia molta facilità a guarire per conto suo. Tutto quello che viene inventato di strumentale, di scientifico bisogna tenerlo in considerazione ma per migliorare senza la mortificazione del corpo.
Sembra che i piloti che lei segue, guariscono in tempi molto più rapidi e in modo ottimale...
Sono loro che mi dicono di aiutarli perché la decisione l’hanno già presa loro, praticamente si sono già alleati con tutte le divinità che ci sono nel fondo dell’anima di ogni essere umano e riescono a ottenere tutto quanto desiderano. Guardi per esempio Zanardi, le sue protesi sono strumenti con cui lui gira il mondo, sente emozioni e le vive. Io sono convinto che se qualcuno oggi chiedesse ad Alex se volesse tornare al giorno dell’incidente per evitarlo lui risponderebbe “Siete matti? Lasciate che Tagliani prosegua a trecento all’ora e mi investa!”. Proprio domenica scorsa ho incontrato Zanardi raggiante in quanto ha vinto la Maratona del Santo. Ha 44 anni, non so se mi spiego, lui è lì che lotta e spesso batte campioni del mondo, tant’è che ha fatto il record del mondo. Allora dove sono le super energie? Non crederete mica che faccia dei super allenamenti? Gli allenamenti ovviamente ci sono ma poi, quando si è a casa da soli, è la nostra testa che ci dice dove dobbiamo andare e decide se quell’allenamento gli dà quello stato di grazia che lo fa vincere con facilità oppure se lo mette in crisi. Sono l’azione, l’interesse, la volontà che creano quelle condizioni per fare scattare l’azione che può essere fatta subito o sospesa. Per cui nasce la riflessione che crea l’esperienza di un mondo interno e che diventa quella che io chiamo la “casa di psiche” che oggi il mondo moderno sta devastando. I piloti hanno mille difetti ma hanno l’anima che li aiuta a risorgere dalle ferite e dalle fratture perché non è solo la medicina che cura, c’è qualcosa dentro di noi che è un medico meraviglioso e che ci ha curato quando la medicina non c’era. E quindi questa cosa perché ignorarla, perché non tenere conto di tutto quello che nel DNA si è sedimentato come storia dell’umanità, perché non riconoscere la soggettività di chi è ferito? Perché lui non è medico? Ma lui è padrone della sua ferita e noi dobbiamo empaticamente capire quello che in quel momento lui soffre per portare anche noi sulle spalle il suo dolore ma rimanere comunque legato umanamente alla sua soggettività. Oggi i malati negli ospedali sono degli oggetti, dei numeri ma noi come medici dobbiamo lavorare con umanità. Il camice è qualcosa che ci distacca da queste ferite, da queste malattie. E noi non ci dobbiamo distaccare, dobbiamo abbracciare chi soffre per fare capire che siamo dalla sua parte e lui ci deve dare tutto quello che ha dentro di lui in modo che noi possiamo usare questo come armi. Nel mio piccolo, mettendo insieme quello che mi dà il paziente con la mia conoscenza, riesco a dare tutto il mio aiuto possibile. Questo è il mio modo di pensare. Questa distrazione della medicina l’ho scoperta per caso e dico che funzione perché vedo delle cose che sono ammirevoli, che sono cose da non credere. Sto parlando del muscolo e dello scheletro ma penso possa essere applicata anche in altri campi. Grazie alla mia esperienza posso dire per esempio che le distorsioni della caviglia con rotture di legamenti del peroneo astragalico basta non curarle e vanno a finire benissimo in pochissimo tempo. Chi viene messo a riposo continua a ricevere impulsi dolorosi anche quando non c’è la causa che dovrebbe scatenare il dolore. È in atto dunque il cannibalismo dei nervi con quelli che sono i trattamenti forzati di inattività e mortificazione del corpo.
Quindi cosa pensa della terapia del dolore?
Molte volte il dolore è difficile da curare perché diventa mostruoso. Secondo me ci sono delle volte che uno ha un trauma e ha male ed è naturale che sia così, però dopo anche quando non c’è più la causa che dovrebbe sostenere il dolore questo rimane esattamente uguale perché i nervi continuano a fare lo stesso lavoro ovvero far risorgere il dolore. Diventa dura anche per uno specialista del dolore eliminare una cosa così terribile perché non c’è più la causa. Quando il nervo perineo subissale continua a mandare il dolore, tutti pensano che la frattura non è guarita e cominciano a fare superindagini. Le indagini evidenziano che c’è un legamento rotto, si apre il legamento, si creano ancor di più le condizioni di inattività e il nervo continua a essere ancor più mostruoso di prima, e alla fine ci sono quei casi che sono costretti ad avere male sempre. Dunque per quanto riguarda la terapia del dolore… a mio parere il dolore è un amico, in quanto ti dice esattamente i limiti in cui il corpo si può muovere, ma nei traumi, nelle ferite e nelle fratture dello scheletro curati con la funzione, il dolore se ne va via presto o per lo meno anche quando c’è cambia il suo significato. È qui il gioco: se lei ha un forte dolore e il tempo non passa mai e lei si deprime… ma se lei pur avendo dolore può montare sulla moto perché insegue il suo sogno e nel sogno crea quelle condizioni psicofisiche per cui trova tutti quegli dèi che l’aiutano, il dolore per lei non ha più quel significato ma diventa il bastone che le dà la spinta per camminare sul sentiero del coraggio. È un po’ come chi partorisce: una volta nessuno aveva paura di partorire, oggi invece sembra essere un problema. Si è studiato talmente tanto che si è demonizzato troppo il dolore e attraverso il libero arbitrio uno decide che ne ha paura. Una volta non si aveva paura del dolore, lo si considerava come un amico dell’uomo, naturalmente connesso a quello che è la vita. Oggi siamo poveri di anima, siamo analfabeti di sentimenti. E nelle fratture è uguale: sono ferito ma io devo insistere per funzionare per esserci nel mondo e allora tutto quello che c’è di strano, incredibile e di prezioso che si ha dentro mi aiuta per farmi fare l’impresa che tutti vedono ma anche qualche cosa di incredibile che è la guarigione.
Esistono dei limiti per coloro che pur avendo grande tenacia e forza di volontà non possono accedere alle medesime cure a cui possono invece accedere economicamente i piloti?
No, perché direi che una persona normale fa più fatica a mettersi nella condizione di affidarsi alle vie neurorecettoriali di un cervello, in quanto non è abituato a ricorrervi. Quindi in ambulatorio ci metterei 3 secondi a curare un pilota, dato che lui mi direbbe “io ha una frattura di scafoide e devo correre tra una settimana. Arrivederci e grazie…”. Io gli racconto tutta la storia degli scafoidi e lui dopo sette giorni va a correre lo stesso. Eppure gli scafoidi vanno tutti per la stessa strada, perché se hanno i vasi guariscono, se non hanno i vasi non guariscono. Però quelli che non si curano e continuano a fare quello che desiderano fare, pur avendo la pseudoartrosi, la cisti, la necrosi si comportano come se fossero guariti. È questo che è incredibile. Sono dei polsi come quello di Cadarola e di Virginio Ferrari, se si guardando le lastre si pensa che non possano neanche aprile la porta di casa... eppure hanno vinto dei mondiali. E quindi il pilota si porta già lui stesso in quella zona dell’irrazionale del cervello dove esistono tutte quelle catene recettoriali. Il mio non è un metodo, è una possibilità. La scienza ci dice delle cose innegabili. Volete delle altre alternative? Io posso dire che ci sono delle strade alternative che però non vanno a sostituire la scienza. La scienza è importante per me perché ragiona in modo preciso. Io sono però un medico che usa la passione, la passione visionaria in quanto vedo altre strade che io comunque non propongo ai miei pazienti, non li influenzo, però una volta che hanno scelto dico loro che hanno fatto bene e spiego il perché.
Nella Clinica Mobile di quali tecnologie, metodiche e terapie si avvale?
Direi che il segreto della Clinica Mobile, per quello che riguarda la fisioterapia, sono le mani. Chi lavora usando le mani usa anche le carezze che credo siano uno dei migliori elementi dell’educazione dei neurorecettori della zona più bella del cervello. E poi dal punto di vista della fisioterapia ci avvaliamo di tutti quegli strumenti, che oggi la scienza sforna in continuazione, per avere una certa serie di strumenti che ci possono aiutare nella rieducazione di una ferita o di un trauma. Per quello che riguarda le strutture di radiologia, sono tali da poterci dare una qualità di lettura dei radiogrammi buona. Nella sala di chirurgia con annessa la possibilità di rianimazione, le strumentazioni che abbiamo sono quelle che normalmente sono in uso in un pronto soccorso di un ospedale.
Le affezioni muscolo tendinee sono spesso legate al ripetersi costante dello sforzo atletico o conseguenti a cadute. Il laser può essere considerato uno strumento per guarire per esempio da tendinite, ematomi organizzati o lacerazioni dei muscolari? E della magnetoterapia cosa pensa?
Il laser è uno strumento che si deve avere per cercare di riabilitare le affezioni muscolo tendinee dello scheletro. Io ho due strumenti laser che mi aiutano nel trattamento di quella che è una ferita. È nel mazzo delle carte; c’è un panorama infinito di possibilità che deve essere messo a disposizione del pilota che tenta di fare quell’impresa meravigliosa di risorgere da una frattura. Della magnetoterapia penso quello che penso del laser. Può avere azione sulla qualità della consolidazione delle fratture e poi modificando quelle che sono le frequenze può avere anche un vantaggio sulle affezioni muscolo tendinee, sulle contusioni. Noi ce ne avvaliamo.
Cosa pensa della chirurgia mininvasiva?
In tutte quelle ferite aperte dove ci troviamo di tutto sassi, erba, tuta e così via, abbiamo notato che facendo l’intervento nell’immediato non esiste la complicazione dell’infezione. Incredibilmente non capita anche se non usiamo grandi dosaggi di antibiotico. Ci siamo accorti che una ferita che viene trattata subito si comporta in maniera egregia, praticamente non è afflitta da infezioni. Pulite immediatamente, le ferite hanno la possibilità di guarire più in fretta, perché io credo che i tessuti del corpo umano nei primi venti minuti si difendono molto bene da qualsiasi attacco.
Si è tanto parlato in passato di camera iperbarica, molti piloti hanno dichiarato di averne tratto giovamento, a oggi la letteratura non ha ancora affermato i reali benefici. Lei che ne pensa? È davvero utile per aumentare la velocità del rigenerato osseo?
Credo sia valida, l’ossigeno sotto pressione dissociato nel plasma arriva in tutte le parti del corpo, ha un azione di grande aiuto e di grande soccorso. Le difese dello stesso individuo vengono portante e raggiungono luoghi dove normalmente farebbero fatica, dato il trauma, ad arrivare. Quindi la camera iperbarica, data anche la sicurezza della strumentazione, è certamente un metodo importantissimo e valido. Questa è l’esperienza diretta che ho avuto io, io vedo quello che capita nella storia del corpo; per quello che riguarda i casi abbiamo avuto dei bei risultati. Non è una moda, è un modo di curare. Sarebbe necessario che qualcuno capisse realmente la validità di questo metodo e ce lo potesse spiegare.
In quali casi ritiene che l’amputazione di un arto sia la soluzione migliore?
Facciamo una premessa. Ogni volta che si perde qualcosa, noi non siamo preparati. Per cui l’amputazione quando viene proposta è qualcosa che non possiamo accettare. Quindi dobbiamo esser molto cauti e cercare di metterci empaticamente in contatto con chi è nella condizione di essere in procinto di essere privato di un arto per cercare di capire esattamenne quella che è la sua condizione psicologica. Io ho visto casi meravigliosi… oggi è più fattibile, oggi la scienza offre delle possibilità; faccio due esempi Zanardi e Pistorius. Quest’ultimi non hanno portato solo messaggi di grandezza - mentre diventavano eroi per loro stessi sono diventati eroi per l’umanità — hanno anche permesso al medico, che si trova a dover dare l’indicazione dell’amputazione, di dare degli esempi come quelli citati. Una volta che è stata fatta l’informazione e l’umano colloquio, alla fine grazie a quegli esempi e alla scienza si hanno soluzioni di arti che non sono solo strumenti da vedere come ordigni impietosi ma sono degli strumenti con cui riescono a sperimentare: Zanardi, con le protesi, a occhi chiusi mi dice se lo bagno o lo tocco! Alla fine succede qualcosa che noi non sappiamo perché il mondo di chi porta le protesi non l’abbiamo mai studiato dal punto di vista della loro anima. Riprendendo ancora come esempio Alessandro, frequentandolo mi accorgo che le protesi non sono assolutamente degli ordigni ma delle cose meravigliose con le quali lui entra in contatto con il mondo per esserci. Quindi alla fine loro diventano non delle cose inanimate ma hanno anche un’anima. Bisogna far capire che nell’amputazione verrà messa una protesi che non è un ordigno ma che è anche un’anima con la quale si può continuare a esistere nella vita e a esserci nel mondo.
Cosa vorrebbe dire ai suoi Colleghi ortopedici?
Che hanno la fortuna di essere di fronte a una delle meraviglie più belle della storia dell’umanità ovvero il corpo e abbracciando, quel corpo, sicuramente faranno una vita professionale molto più umana.
La Clinica Mobile nasce da un atto d’amore e di riconoscenza. Quando ero piccolo invece dei giocattoli mio padre mi regalò un autodromo, le moto e i piloti che lui invitava per le sue corse meravigliose e li invitava anche a casa e io li guardavo a bocca aperta pieno di emozione, l’emozione di essere vicino a qualcuno che già a quei tempi consideravo un eroe. La Clinica Mobile è diventato un piccolo ospedale per soccorrere i piloti e poterli aiutare. Oltretutto a quei tempi quando nacque, fu inaugurata il 3 febbraio del 1977, la medicina e il soccorso nei campi di gara erano molto limitati e modesti. In quegli anni la clinica mobile ha salvato la vita a tantissimi piloti.
Cura anche le cosiddette persone comuni?
Direi che buona parte della mia attività è svolta per la Clinica Mobile che è anche l’attività per cui sono conosciuto. Però mi capita anche di prendere in cura quelli che sono i piloti di tutti i giorni, che hanno avuto incidenti negli autodromi di tutti i giorni ovvero le strade e le autostrade.
Quali sono le attività della clinica? Fino a dove la clinica può prestare i propri servizi a favore dei piloti? Ovvero quali solo i limiti?
La clinica è come un piccolo pronto soccorso di un ospedale e quindi tratta tutta la traumatologia di lieve e media gravità. Per i casi più importanti interveniamo per stabilizzare le ferite e poi indirizziamo il traumatizzato nel posto più giusto dove le ferite e i traumi verranno risolti definitivamente. Diciamo che quando vediamo che l’intervento non può essere risolto nella clinica, si eseguono le prime cure necessarie e si prepara il pilota per il trasporto nel migliore dei modi verso la sede più indicata alla risoluzione del caso. Già prima della gara abbiamo tutti i contatti a noi necessari in caso di urgenza. Dobbiamo anche conoscere tutti i percorsi che dobbiamo seguire, cerchiamo di non essere mai presi di sorpresa! Anche se a volte quando c’è una sorpresa, noi umani abbiamo in dotazione una grande arma per affrontare l’imprevisto… le emozioni. Naturalmente parliamo delle emozioni ben educate e ordinate, perché quelle non ordinate e non educate possono determinare il dramma e la catastrofe.
Quali sono le patologie più frequenti che sono state trattate nella Clinica Mobile?
Le più frequenti sono le abrasioni, poi ci sono le fratture che sono sempre di lieve e media gravità. Sono le fratture dello scheletro della mano e del piede, del polso e della spalla tenendo in considerazione la clavicola. Rarissime in pista le fratture vertebrali, come pure rare sono le fratture delle ossa lunghe come medio omero, medio femore e medio gamba, però ci sono. Per esempio questa stagione ci sono state due fratture di gamba. Quest’ultime sono più frequenti nel motocross.
I danni neurologici da trauma cranico sono più o meno diffusi rispetto a quelli midollari alla colonna?
Che il pilota batta la testa è frequentissimo e quindi noi vediamo piuttosto spesso la commozione cerebrale ovvero lo scuotimento del capo senza alcun danno sostanziale della struttura cerebrale. Comunque, i piloti riprendono in maniera velocissima e senza disturbi a lungo termine, a differenza per esempio di quanto succede in uno sport come la boxe. Ai piloti che battono la testa, anche quando perdono conoscenza, si fa una TAC e una risonanza; se è tutto a posto il pilota può partecipare tranquillamente alla gara del giorno dopo. È dimostrato che i piloti sono in grado di correre come se non avessero avuto il trauma e la cosa più importante è che non si sono registrate conseguenze su piloti che hanno avuto anche quindici o venti commozioni cerebrali. Questo lo posso affermare grazie all’esperienza di più di quaranta anni di attività. Diciamo che la caduta del motociclista sebbene sia sempre rischiosa, a parità di un colpo di boxe può essere considerata benigna, mentre il colpo di boxe è maligno; in questo caso si possono determinare danni che possono diventare cronici. Ho visto piloti che hanno avuto una serie infinita di commozioni anche al di sopra della decina e alla fine non hanno avuto alcuna conseguenza a distanza anche di 20 o 30 anni. Nessun pilota è mai diventato suonato! Faccio l’esempio di Graziano Rossi che ha avuto un trauma cranico spaventoso ed è vivo grazie a un bravo anestesista che gli ha salvato la vita. Quando gli fu comunicato che qualche danno gli sarebbe rimasto, lui rispose che già prima non era proprio dentro le righe! In conclusione, nel mondo del motociclismo complicazioni neurologiche non ne ho mai viste. Per quanto riguarda le fratture della colonna del rachide cervicale dorsale e lombare sono rarissime, che io ricordi ci sono stati Raney, Prati e Catalano, piloti che poi hanno subito operazioni molto serie anche di tipo cerebrale.
Sono più vulnerabili gomiti e clavicola oppure ginocchio e caviglia?
La più vulnerabile è la clavicola; il ginocchio è praticamente inesistente, mentre nel motocross è una malattia professionale con la rottura dei legamenti, in particolare del crociato anteriore con il posteriore del menisco collaterale mediale. Nella velocità, distorsioni da motocross, quindi con lesione capsulo legamentoso del ginocchio, credo di averne viste poche; forse è sufficiente una mano a contenerle tutte e non arriviamo neanche a cinque. Vuol dire che non ce ne sono, mentre nella caviglia non esiste come distorsione classica, ma come trauma diretto. Abbiamo in questo caso il gonfiore della caviglia, la tumefazione, abbiamo la frattura del malleolo e in particolare del peroneale, e qualche volta dell’astragalo e rarissima del calcagno, senza avere la complicazione della distorsione. Le fratture dei metatarsi sono dunque le più frequenti. Molte case produttrici si stanno interessando per creare stivali che possano garantire una buona protezione dalle fratture del piede. Attraverso i grandi campioni piloti di moto si sperimentano materiali per i piloti di tutti i giorni. La sperimentazione, tra cui l’ultima novità è l’airbag, non servirà molto ai piloti del moto mondiale ma sarà certamente un valido aiuto per districarsi nella giungla metropolitana con sempre maggiore sicurezza.
Se osserviamo i piloti vediamo che questi “eroi” riescono ad affrontare gare, se non l’intero campionato pur avendo problematiche serie. La loro è solo forza di volontà o il miracolo sta nelle costanti cure?
A me piacerebbe dire che i miracoli sono nelle cure e riabilitazioni, in quanto prenderei tutti i meriti che andrebbero ad aumentare la mia vanità, ma credo che qualsiasi essere umano è costruito in modo tale da poter sopravvivere in un mondo inospitale. Cioè l’essere umano non ha la dotazione degli istinti, per cui non è forte come gli animali che riescono ad abitare e misurare perfettamente l’ambiente. L’uomo è biologicamente debole, mancante, carente quindi deve sopperire a questa mancanza con due risarcimenti molto belli. Il primo è l’anima che è il deposito di tutta la memoria, delle azioni ben riuscite, il sapere, l’esperienza e quel mondo interiore fatto dal pensiero e dalla riflessione. L’altra sono le emozioni che sono state create per rendere più forti le decisioni dell’anima e tutto sommato affrontare l’inospitalità del mondo. Solo che mentre l’anima ce la costruiamo e normalmente il sapere è sempre fonte di salvezza dalla sofferenza, le emozioni invece, se non sono ben ordinate e non sono ben educate, possono creare non solo una difesa dall’imprevisto ma una catastrofe nell’imprevisto. Ecco perché, vi dico che è molto importante che la famiglia si interessi molto della formazione delle emozioni, del sentimento. Credo che dentro il cuore di ogni essere umano ci siano delle risorse legate al cervello con le quali si può risorgere dalle ferite e dalle avversità. Punto di riferimento sono per esempio Alessandro Zanardi e Mick Doohan. Anche la medicina si dovrebbe interessare a quanto di più prezioso è dentro a ogni essere umano per potersi alleare e poter migliorare i risultati che lei gelidamente vuole solo attraverso quello che è un processo scientifico.
Esistono delle abrasioni e contusioni serie che compromettono la capacità sportiva risultando più invalidanti rispetto a una frattura?
Sì ci sono, come per esempio quando Dovizioso a Barcellona si schiantò contro le barriere, per cui non riusciva neppure a sollevarsi, eppure il giorno dopo è salito sul podio. Oppure le contusioni provocate da scivolata posteriore corretta davanti, dove i piloti vengono sbalzati in alto come se cadessero dal secondo piano. Un’ultima contusione importante che ricordo è quella di Reyne in Australia che l’ha messo in difficoltà nella superbike. Abrasioni e contusioni permettono di correre e quasi sempre ad alto livello e quasi mai queste hanno condizionato la prestazione del pilota che comunque è riuscito ad arrivare alla fine della corsa. La frattura non è altro che un segno che dice che c’è stato un trauma importante. Io ho visto piloti con fratture che a un’ora dalla gara diventavano improvvisamente idonei a correre e improvvisamente guariti e ristabiliti. Questi piloti, nel momento in cui combattono con la sofferenza sia fisica che psicologica di non poter partecipare alla gara, proprio in quel momento parlano con quelle entità che risiedono nella parte più profonda del loro cervello o nel profondo del loro cuore e cominciano a dare quella condizione di benessere al corpo che pur essendo un corpo ferito e contuso, li fa sentire in uno stato di grazia tale che li spinge a risalire sulla moto e completare la loro missione.
Abbiamo sentito parlare di due sindromi particolari legate al motociclismo: la Pump Arm Syndrome e il morbo di Decker Venn.
Per quanto riguarda la prima, la chiamo la sindrome della loggia molare dell’avambraccio ovvero dei muscoli flessori dell’avambraccio nella parte molare, quelli che sono deputati alla flessione delle dita, che sono molto più sensibili alla carenza di ossigeno e che risiedono nella loro loggia, come del resto i muscoli delle gambe. Quando il pilota, specialmente con il braccio destro, tenta di dare gas e nel medesimo momento deve frenare, fà un movimento antagonista e crea una condizione di costrizione di questi muscoli. La maggior parte dei piloti che io conosco hanno fatto tutti la fasciotomia. Chi ha un braccio esile come Valentino Rossi ha una fortuna enorme. Anche lo stesso Valentino fa il trattamento di conservazione dell’avambraccio, per esempio legati alla fisioterapia, alla mesoterapia, al laser e così via. Però ci sono dei piloti che, sbagliando, pensano di essere fortunati perché hanno un bel braccio con una bella muscolatura, ma sono quelli che pagano di più e devono fare la fasciotomia. Tenga presente che buona parte, quasi i due terzi dei piloti che seguo attualmente, ha fatto la fasciotomia dell’avambraccio, in particolare il destro. Questa sindrome è una condizione fisiologica a cui un pilota non si può sottrarre e lo paga con conseguenze quando i disturbi sono: diminuzione della sensibilità, diminuzione della forza e rallentamento della funzione. Quindi la guida non è più possibile perché la mano destra è quella che utilizza il freno e l’acceleratore. Per quanto riguarda il morbo di Decker Venn, è quasi inesistente nella moto velocità. Solo un anno mi è capitato di trovare due piloti affetti da tale morbo. A quel punto mi chiesi come mai era comparso così repentinamente e ragionandoci sopra notai che erano piloti che guidavano la stessa moto, di conseguenza il binomio era fatto! Era la Derby! Ho fatto presto a capire, io sono una persona che guarda le cose semplicemente, non sono né un genio né uno scienziato. Dato che oggi queste moto non ci sono più, anche questa patologia è scomparsa. Era comunque dovuta alle forti sollecitazioni e vibrazioni a cui erano costretti i piloti. Le cose cambiano invece nel motocross dove le moto sono assai più vicine a quello che fu la Derby, intendo naturalmente in termini di sollecitazione e vibrazione, e quindi ricompare il Decker Venn. Questo morbo è determinato da microtraumi ripetuti, assimilabili a coloro che lavorano tutti i giorni nei cantieri con i martelli pneumatici. Anche quei pochi che lo hanno avuto non sono comunque rimasti mai fermi, questa libertà è stata essa stessa una grande medicina. Io penso di essere il medico più conservativo che esista al mondo. Però ultimamente anche io devo fare i conti con la scienza. Perché la scienza promette. A me piace che un pilota pur ferito prenda dalla ferita la forza di andare più forte di prima. Oggi la scienza ci dice “se hai una ferita è inutile che tu soffra perché io te la guarisco”.
Quali possono essere le conseguenze ortopediche nello svolgere questo sport per lungo tempo a livello professionale?
È una domanda che mi sono posto quando sono nato come medico del motociclismo, e oggi mi trovo con piloti che ho curato anche 40 anni fa. Ho sempre pensato che loro avrebbero pagato nella vecchiaia la loro incoscienza, la loro follia, la loro temerarietà e il voler essere eroi a tutti i costi. E invece mi sono meravigliato del fatto che rispetto a un campione standard di società, loro se la cavano meglio. Sembra quasi che curandosi secondo quello che è il desiderio, la volontà irrazionale, la follia di voler risorgere dalle fratture andando a pescare in una materia preziosa che credo tutti abbiano ma forse nessuno conosce e sa dove si trova la mappa di questa materia preziosa, loro avendo questo accesso non solo hanno la possibilità di realizzare quelle imprese meravigliose, ma c’è anche il fatto di avere una qualità di guarigione nettamente migliore di quella che sono altre metodiche. Il merito è della natura, la natura a noi come specie quando siamo in squadra ci aiuta, quindi la ragione di questi ultimi duemila anni - che ha portato la medicina a tutelare a proteggere a bloccare la funzione - blocca l’esistenza e mortifica il corpo. Mentre un corpo che non viene mortificato e si lascia esistere pur essendo ferito e fratturato, è un corpo che la natura fa quasi miracolosamente guarire in una maniera veloce e anche con scarse conseguenza. Come si è curata per 500milioni di anni una frattura alla mano? Tirando giù i frutti dagli alberi, chiudendo le porte del fortino della casa, tenendo in braccio i figli. Sono passati 500milioni di anni ma credo che nel DNA ci sia ancora la condizione per cui una frattura qualsiasi dello scheletro, soprattutto di un bambino, abbia molta facilità a guarire per conto suo. Tutto quello che viene inventato di strumentale, di scientifico bisogna tenerlo in considerazione ma per migliorare senza la mortificazione del corpo.
Sembra che i piloti che lei segue, guariscono in tempi molto più rapidi e in modo ottimale...
Sono loro che mi dicono di aiutarli perché la decisione l’hanno già presa loro, praticamente si sono già alleati con tutte le divinità che ci sono nel fondo dell’anima di ogni essere umano e riescono a ottenere tutto quanto desiderano. Guardi per esempio Zanardi, le sue protesi sono strumenti con cui lui gira il mondo, sente emozioni e le vive. Io sono convinto che se qualcuno oggi chiedesse ad Alex se volesse tornare al giorno dell’incidente per evitarlo lui risponderebbe “Siete matti? Lasciate che Tagliani prosegua a trecento all’ora e mi investa!”. Proprio domenica scorsa ho incontrato Zanardi raggiante in quanto ha vinto la Maratona del Santo. Ha 44 anni, non so se mi spiego, lui è lì che lotta e spesso batte campioni del mondo, tant’è che ha fatto il record del mondo. Allora dove sono le super energie? Non crederete mica che faccia dei super allenamenti? Gli allenamenti ovviamente ci sono ma poi, quando si è a casa da soli, è la nostra testa che ci dice dove dobbiamo andare e decide se quell’allenamento gli dà quello stato di grazia che lo fa vincere con facilità oppure se lo mette in crisi. Sono l’azione, l’interesse, la volontà che creano quelle condizioni per fare scattare l’azione che può essere fatta subito o sospesa. Per cui nasce la riflessione che crea l’esperienza di un mondo interno e che diventa quella che io chiamo la “casa di psiche” che oggi il mondo moderno sta devastando. I piloti hanno mille difetti ma hanno l’anima che li aiuta a risorgere dalle ferite e dalle fratture perché non è solo la medicina che cura, c’è qualcosa dentro di noi che è un medico meraviglioso e che ci ha curato quando la medicina non c’era. E quindi questa cosa perché ignorarla, perché non tenere conto di tutto quello che nel DNA si è sedimentato come storia dell’umanità, perché non riconoscere la soggettività di chi è ferito? Perché lui non è medico? Ma lui è padrone della sua ferita e noi dobbiamo empaticamente capire quello che in quel momento lui soffre per portare anche noi sulle spalle il suo dolore ma rimanere comunque legato umanamente alla sua soggettività. Oggi i malati negli ospedali sono degli oggetti, dei numeri ma noi come medici dobbiamo lavorare con umanità. Il camice è qualcosa che ci distacca da queste ferite, da queste malattie. E noi non ci dobbiamo distaccare, dobbiamo abbracciare chi soffre per fare capire che siamo dalla sua parte e lui ci deve dare tutto quello che ha dentro di lui in modo che noi possiamo usare questo come armi. Nel mio piccolo, mettendo insieme quello che mi dà il paziente con la mia conoscenza, riesco a dare tutto il mio aiuto possibile. Questo è il mio modo di pensare. Questa distrazione della medicina l’ho scoperta per caso e dico che funzione perché vedo delle cose che sono ammirevoli, che sono cose da non credere. Sto parlando del muscolo e dello scheletro ma penso possa essere applicata anche in altri campi. Grazie alla mia esperienza posso dire per esempio che le distorsioni della caviglia con rotture di legamenti del peroneo astragalico basta non curarle e vanno a finire benissimo in pochissimo tempo. Chi viene messo a riposo continua a ricevere impulsi dolorosi anche quando non c’è la causa che dovrebbe scatenare il dolore. È in atto dunque il cannibalismo dei nervi con quelli che sono i trattamenti forzati di inattività e mortificazione del corpo.
Quindi cosa pensa della terapia del dolore?
Molte volte il dolore è difficile da curare perché diventa mostruoso. Secondo me ci sono delle volte che uno ha un trauma e ha male ed è naturale che sia così, però dopo anche quando non c’è più la causa che dovrebbe sostenere il dolore questo rimane esattamente uguale perché i nervi continuano a fare lo stesso lavoro ovvero far risorgere il dolore. Diventa dura anche per uno specialista del dolore eliminare una cosa così terribile perché non c’è più la causa. Quando il nervo perineo subissale continua a mandare il dolore, tutti pensano che la frattura non è guarita e cominciano a fare superindagini. Le indagini evidenziano che c’è un legamento rotto, si apre il legamento, si creano ancor di più le condizioni di inattività e il nervo continua a essere ancor più mostruoso di prima, e alla fine ci sono quei casi che sono costretti ad avere male sempre. Dunque per quanto riguarda la terapia del dolore… a mio parere il dolore è un amico, in quanto ti dice esattamente i limiti in cui il corpo si può muovere, ma nei traumi, nelle ferite e nelle fratture dello scheletro curati con la funzione, il dolore se ne va via presto o per lo meno anche quando c’è cambia il suo significato. È qui il gioco: se lei ha un forte dolore e il tempo non passa mai e lei si deprime… ma se lei pur avendo dolore può montare sulla moto perché insegue il suo sogno e nel sogno crea quelle condizioni psicofisiche per cui trova tutti quegli dèi che l’aiutano, il dolore per lei non ha più quel significato ma diventa il bastone che le dà la spinta per camminare sul sentiero del coraggio. È un po’ come chi partorisce: una volta nessuno aveva paura di partorire, oggi invece sembra essere un problema. Si è studiato talmente tanto che si è demonizzato troppo il dolore e attraverso il libero arbitrio uno decide che ne ha paura. Una volta non si aveva paura del dolore, lo si considerava come un amico dell’uomo, naturalmente connesso a quello che è la vita. Oggi siamo poveri di anima, siamo analfabeti di sentimenti. E nelle fratture è uguale: sono ferito ma io devo insistere per funzionare per esserci nel mondo e allora tutto quello che c’è di strano, incredibile e di prezioso che si ha dentro mi aiuta per farmi fare l’impresa che tutti vedono ma anche qualche cosa di incredibile che è la guarigione.
Esistono dei limiti per coloro che pur avendo grande tenacia e forza di volontà non possono accedere alle medesime cure a cui possono invece accedere economicamente i piloti?
No, perché direi che una persona normale fa più fatica a mettersi nella condizione di affidarsi alle vie neurorecettoriali di un cervello, in quanto non è abituato a ricorrervi. Quindi in ambulatorio ci metterei 3 secondi a curare un pilota, dato che lui mi direbbe “io ha una frattura di scafoide e devo correre tra una settimana. Arrivederci e grazie…”. Io gli racconto tutta la storia degli scafoidi e lui dopo sette giorni va a correre lo stesso. Eppure gli scafoidi vanno tutti per la stessa strada, perché se hanno i vasi guariscono, se non hanno i vasi non guariscono. Però quelli che non si curano e continuano a fare quello che desiderano fare, pur avendo la pseudoartrosi, la cisti, la necrosi si comportano come se fossero guariti. È questo che è incredibile. Sono dei polsi come quello di Cadarola e di Virginio Ferrari, se si guardando le lastre si pensa che non possano neanche aprile la porta di casa... eppure hanno vinto dei mondiali. E quindi il pilota si porta già lui stesso in quella zona dell’irrazionale del cervello dove esistono tutte quelle catene recettoriali. Il mio non è un metodo, è una possibilità. La scienza ci dice delle cose innegabili. Volete delle altre alternative? Io posso dire che ci sono delle strade alternative che però non vanno a sostituire la scienza. La scienza è importante per me perché ragiona in modo preciso. Io sono però un medico che usa la passione, la passione visionaria in quanto vedo altre strade che io comunque non propongo ai miei pazienti, non li influenzo, però una volta che hanno scelto dico loro che hanno fatto bene e spiego il perché.
Nella Clinica Mobile di quali tecnologie, metodiche e terapie si avvale?
Direi che il segreto della Clinica Mobile, per quello che riguarda la fisioterapia, sono le mani. Chi lavora usando le mani usa anche le carezze che credo siano uno dei migliori elementi dell’educazione dei neurorecettori della zona più bella del cervello. E poi dal punto di vista della fisioterapia ci avvaliamo di tutti quegli strumenti, che oggi la scienza sforna in continuazione, per avere una certa serie di strumenti che ci possono aiutare nella rieducazione di una ferita o di un trauma. Per quello che riguarda le strutture di radiologia, sono tali da poterci dare una qualità di lettura dei radiogrammi buona. Nella sala di chirurgia con annessa la possibilità di rianimazione, le strumentazioni che abbiamo sono quelle che normalmente sono in uso in un pronto soccorso di un ospedale.
Le affezioni muscolo tendinee sono spesso legate al ripetersi costante dello sforzo atletico o conseguenti a cadute. Il laser può essere considerato uno strumento per guarire per esempio da tendinite, ematomi organizzati o lacerazioni dei muscolari? E della magnetoterapia cosa pensa?
Il laser è uno strumento che si deve avere per cercare di riabilitare le affezioni muscolo tendinee dello scheletro. Io ho due strumenti laser che mi aiutano nel trattamento di quella che è una ferita. È nel mazzo delle carte; c’è un panorama infinito di possibilità che deve essere messo a disposizione del pilota che tenta di fare quell’impresa meravigliosa di risorgere da una frattura. Della magnetoterapia penso quello che penso del laser. Può avere azione sulla qualità della consolidazione delle fratture e poi modificando quelle che sono le frequenze può avere anche un vantaggio sulle affezioni muscolo tendinee, sulle contusioni. Noi ce ne avvaliamo.
Cosa pensa della chirurgia mininvasiva?
In tutte quelle ferite aperte dove ci troviamo di tutto sassi, erba, tuta e così via, abbiamo notato che facendo l’intervento nell’immediato non esiste la complicazione dell’infezione. Incredibilmente non capita anche se non usiamo grandi dosaggi di antibiotico. Ci siamo accorti che una ferita che viene trattata subito si comporta in maniera egregia, praticamente non è afflitta da infezioni. Pulite immediatamente, le ferite hanno la possibilità di guarire più in fretta, perché io credo che i tessuti del corpo umano nei primi venti minuti si difendono molto bene da qualsiasi attacco.
Si è tanto parlato in passato di camera iperbarica, molti piloti hanno dichiarato di averne tratto giovamento, a oggi la letteratura non ha ancora affermato i reali benefici. Lei che ne pensa? È davvero utile per aumentare la velocità del rigenerato osseo?
Credo sia valida, l’ossigeno sotto pressione dissociato nel plasma arriva in tutte le parti del corpo, ha un azione di grande aiuto e di grande soccorso. Le difese dello stesso individuo vengono portante e raggiungono luoghi dove normalmente farebbero fatica, dato il trauma, ad arrivare. Quindi la camera iperbarica, data anche la sicurezza della strumentazione, è certamente un metodo importantissimo e valido. Questa è l’esperienza diretta che ho avuto io, io vedo quello che capita nella storia del corpo; per quello che riguarda i casi abbiamo avuto dei bei risultati. Non è una moda, è un modo di curare. Sarebbe necessario che qualcuno capisse realmente la validità di questo metodo e ce lo potesse spiegare.
In quali casi ritiene che l’amputazione di un arto sia la soluzione migliore?
Facciamo una premessa. Ogni volta che si perde qualcosa, noi non siamo preparati. Per cui l’amputazione quando viene proposta è qualcosa che non possiamo accettare. Quindi dobbiamo esser molto cauti e cercare di metterci empaticamente in contatto con chi è nella condizione di essere in procinto di essere privato di un arto per cercare di capire esattamenne quella che è la sua condizione psicologica. Io ho visto casi meravigliosi… oggi è più fattibile, oggi la scienza offre delle possibilità; faccio due esempi Zanardi e Pistorius. Quest’ultimi non hanno portato solo messaggi di grandezza - mentre diventavano eroi per loro stessi sono diventati eroi per l’umanità — hanno anche permesso al medico, che si trova a dover dare l’indicazione dell’amputazione, di dare degli esempi come quelli citati. Una volta che è stata fatta l’informazione e l’umano colloquio, alla fine grazie a quegli esempi e alla scienza si hanno soluzioni di arti che non sono solo strumenti da vedere come ordigni impietosi ma sono degli strumenti con cui riescono a sperimentare: Zanardi, con le protesi, a occhi chiusi mi dice se lo bagno o lo tocco! Alla fine succede qualcosa che noi non sappiamo perché il mondo di chi porta le protesi non l’abbiamo mai studiato dal punto di vista della loro anima. Riprendendo ancora come esempio Alessandro, frequentandolo mi accorgo che le protesi non sono assolutamente degli ordigni ma delle cose meravigliose con le quali lui entra in contatto con il mondo per esserci. Quindi alla fine loro diventano non delle cose inanimate ma hanno anche un’anima. Bisogna far capire che nell’amputazione verrà messa una protesi che non è un ordigno ma che è anche un’anima con la quale si può continuare a esistere nella vita e a esserci nel mondo.
Cosa vorrebbe dire ai suoi Colleghi ortopedici?
Che hanno la fortuna di essere di fronte a una delle meraviglie più belle della storia dell’umanità ovvero il corpo e abbracciando, quel corpo, sicuramente faranno una vita professionale molto più umana.
Fonte: Medicina e Chirurgia Ortopedica (Numero 02.Maggio/Giugno 2011)
