La scienza applicata allo sport un tempo era identificata nella sola medicina sportiva, oggi è materia più vasta e complessa che unisce le conoscenze della medicina, della psicologia e dell’ingegneria con i moderni metodi di valutazione atletica. Con questa rubrica mensile, la speranza e il desiderio è quello di rendere comprensibile attraverso la passione che ci unisce nello sport, una materia a prima vista limitata agli addetti ai lavori e, senza avere la presunzione di dare risposte definitive, portare un contributo alla costruzione di un diverso modo di considerare l’individuo capace di prestazioni straordinarie, cioè l’atleta, il pilota. 

E questo perché un campione è si reazione muscolare e biomeccanica, ma resa possibile attraverso un delicato e complesso processo di elaborazione di informazioni, che avviene nel cervello. Riflessi, attenzione, capacità di rapida decisione, tutti aspetti che in gara devono funzionare al massimo. Ebbene, lo scopo di questi articoli è riuscire a trasmettere al lettore la consapevolezza dell’enorme lavoro del sistema nervoso che si trova dietro ad ogni gesto e ad ogni comportamento del pilota. La prestazione quindi prodotto non solo delle componenti tecniche e delle abilità atletiche, ma anche dello sviluppo delle abilità mentali, le sole –a detta della maggior parte dei campioni- che consentono un effettivo salto di qualità nel raggiungimento della migliore performance.

Ecco allora come le Neuroscienze e la Psicologia dello Sport combinate insieme possono costruire una nuova disciplina: le neuroscienze applicate allo sport, perché scopo della ricerca e al tempo stesso dello sport, è quello di non fermarsi sul risultato raggiunto, sulla vittoria conseguita, ma protendersi sempre verso ulteriori successi.

Penso sia importante essere consapevoli che l’umore, le emozioni, la memoria del gesto o della tattica hanno una spiegazione psiconeurofisiologica, e quindi è importante stabilire quali aree cerebrali controllano particolari movimenti e sensazioni. Il segreto è nell’emisfero destro del cervello, quello deputato alle funzioni creative, ma anche alle relazioni spaziali. In che modo un pilota sceglie la soluzione vincente? La sua capacità di considerare con estrema rapidità, in pista, tutte le scelte possibili e optare per la migliore. E il tono emozionale o aurosal, nei momenti di massima intensità agonistica, ad esempio la capacità di tenere bassa la frequenza cardiaca senza farsi macerare dalla tensione, non è meno importante della coordinazione dell’apparato muscolo-scheletrico.

Non è difficile ipotizzare come tra breve, probabilmente, le sessioni di allenamento potranno essere trasformate dando maggiore enfasi a singole sequenze allenanti singoli distretti motori, espressione non solo di specifiche attivazioni neuromuscolari, ma anche dei relativi processi cognitivi che le sottendono.

Lo psicologo servirà principalmente per “tradurre” in chiave psiconeurofisiologica quelle che saranno le intuizioni e le esigenze del tecnico, con particolare attenzione alle componenti allenanti ogni singolo gesto in quanto ciò comporta modificazioni del singolo neurone (cellula del sistema nervoso).

di Andrea Franceschin, psicoterapeuta e psicologo dello sport, consulente Kiron by Clinica Mobile